Villa Wanda
C’era una volta un autodromo ma era finito il petrolio. Allora le macchine andavano a Crystal Ball oppure a pedale. Quelle più ambite andavano a Crystal Ball e se conoscevi il presidente della camera di commercio si avvicinavano anche gli sponsor. Presto anche il Crystal Ball finì, e allora il bosco divenne rigoglioso e crebbero i funghi e l’autodromo fu seppellito dal bosco. Dapprima l’autodromo sembrava un piccolo ippodromo poi scomparve. Nella zona che ci riguarda non esistevano più autodromi e anche le piscine comunali erano trascurate ed avevano, data la carenza di cloro, le acque putride. Perlopiù scarseggiavano le prenotazioni. Pochi erano anche i baristi, i commessi della Snai, i bigliettai: in poche parole gli umani si erano nascosti nelle verdure innaturali. Oppure, piccati, si erano spostati in zone di competenza altrui con valigie piene di Ringo e polpette fredde.
L’esodo trovò qualcuno impreparato. Gli abitanti rimasti non facevano altro che misurarsi la febbre. Ormai non erano più né abitanti né cittadini, ma erano figurazioni speciali, tessuti, bobi. Soltanto in montagna, ad Argliano, si conservò un ceppo indigeno composto da donne scaramantiche sopra gli ottanta. “Che strano vento è tirato, si vede l’ Uliviera! – Il tiramisù della Loretta è comprato. – Che gambe ha, sarà il diabete? L’epatite? Che vento strano”. Tutto volato via, come la vetrina dei fucili, come la foto del figlio con Tacconi.
Al primo piano non c’era più traccia dei distillati proibiti del dopolavoro. Nel seminterrato era tutto un pullulare d’insetti vispi. Dal secondo piano a salire una vera e propria perdizione: non si trovava più niente, nemmeno le bave delle lumache.
Adiacente al primo filare della villa di Bellosguardo un cinghiale secco rifinito si voleva ammazzare col fuoco. Disperato ripensava alle uve Sangiovese e Malvasia e a quel paesaggio che dava sul sentiero dei Costoni, ora tutto rovi e carcasse. Non essendo egli provvisto di fuoco s’avviò sulla statale dove trovò i pezzi sparpagliati del corpo di un ragazzo. Tanta era la fame e lo stordimento che al cinghiale balenò l’idea di banchettare con quei pezzi di ragazzo ma subito, elegantemente, si ritrasse.
Finchè una voce lo chiamò: “Cinghiale secco, mangiami! Liberami dalla maledizione! Nutriti dei pezzi del mio corpo ed io ti donerò l’istinto dell’investigazione!”
Il finale lo sapete già. Codesto cinghiale, seguendo le processionarie, si trovò a Villa Wanda. Villa Wanda era un posto delle leggende e creava confusione soprattutto nei bambini ai quali si prometteva, se avessero fatto i bravi, di portarli a Villa Wanda. Se non che, se facevano i cattivi, si minacciava di portarli sempre a Villa Wanda. I pettegoli, ivi compreso il cinghiale, credevano che Villa Wanda ospitasse Elvis, Totò, Kubrick, ancora Totò, le gemelle Kessler e Nanu Galderisi. Altri davano per scontata la presenza in soffitta dei corpi senza vita di Uan, Rockfeller e Tenerone. Insomma, una sorta di Atlantide a forma di villa in un film di Brian Yuzna. Avvicinandosi all’ingresso, passando tra mostri di Bomarzo e gerani a 24 carati, il cinghiale sentiva un buon profumo di tortellini in brodo. All’interno della dimora vide stanze con pareti foderate di seta, soffitti bassi di legno scuro, elefanti di porcellana a reggere telefoni rossi, divani di cuoio (due, tre, sette posti) di velluto blu e di raso rosa, a elle, a emiciclo, icone russe, madonne italiane, guerrieri d’argento, pupi, porcellane danesi, un vittoriano buio con le imposte chiuse, scale, studi, studioli, sale d’attesa coi vassoi d’argento pieni di caramelle al limone. Il cinghiale oltre a pensare di avere un grande istinto investigativo fece la conoscenza del padrone di casa, un signore di ottantasette anni pieno di omega tre come un salmone. Il cinghiale d’un tratto non parve magro e cominciò a dimenticare tutto: la cucciolata sottoposta, il lotto, i disagi presso il lago, l’estinzione degli autodromi.
“Scusi signore, posso chiamarla zio?”
“Devi chiamarmi zio”
“Zio, ma tu qui vivi da solo?”
“Si certo, solo”
“E questi rumori, le ombre dietro la porta di vetro colorato?”
“La servitù”
“Zio, a me puoi dirlo: sono le Kessler?”
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