Capita che tutto inizi col fare due passi.
Adesso scrivo sdraiato a pancia in giù, con la nausea dolciastra dovuta all’ingerimento nervoso di radicchio rosso cotto sulla piastra.
Ormai quasi tutti i degenti stavano dormendo, una donna russava come un uomo. Erano quasi le 23 e le infermiere ne avevano le palle piene. Sono uscito dalla dressing room ed ho imboccato il corridoio in direzione degli ascensori.
Dietro gli ascensori, adiacente alla vetrata delle scale, c’era uno stretto corridoio illuminato appena, e quasi all’inizio un cartello scritto a mano indicava chiesa con la freccia in là. Avevo sentito dire che dentro la cappella c’era un bell’organo, elettrico ma antico, con la prolunga e tutto il resto, pronto per essere suonato. Così ho seguito le indicazioni e mi sono fatto quell’ intestino fino in fondo arrivando nell’ala deserta dell’ospedale, quella che di solito non si esplora nemmeno di giorno.
Saranno stati il silenzio o la scarsa luce, oppure quel mobile sigillato sommariamente a colpi di scotch da pacchi che ostruiva il passaggio, con sopra scritto raro materiale radiografico 1965, o ancora quegli androni improvvisi, smisurati ed inutili, tenuti in vita dall’aritmia verdastra del neon e dal ronzio di un distributore automatico di bibite calde. Ma soprattutto quei corridoi a fondo perduto, inaffrontabili come pozzi orizzontali. Non so cosa sia stato, perché quella che provavo non era proprio paura, ma un disagio maturo, causato dall’immersione improvvisa in un ambiente così sinistro da portare alla resa. Per intenderci: non volevo tornare indietro ma volevo trovare la chiesa, volevo suonare quell’organo. Mi fermai un momento, avevo perso indicazioni ed orientamento. In cuor mio speravo di sentire prima o poi un colpo di tosse, un cassetto chiudersi, l’ultrasuono di un televisore in accensione. Ma niente.
Per fortuna una vetrata dava sull’esterno e si potevano vedere due pini mossi dal vento e qualche goccia di pioggia fine, il tutto immerso nell’arancio di un lampione. Oltre quella finestra c’era vita, mentre dentro sembrava di stare in una sala d’attesa per anime a cavallo tra la vita e la morte. Ecco a cosa serviva quell’ala dell’ospedale! Avevo fatto centro: non c’erano sedie o letti perché quegli spiriti non ne avevano bisogno irrequieti com’erano alla stregua di mariti nell’attesa del parto. Era evidente che tutto quell’immenso e deserto settore brulicasse di qualcosa che non potevo percepire o tantomeno vedere. Mi sembrava un’ipotesi più certa che possibile, quasi razionale. Magari in quel preciso istante l’anima dell’accanita lettrice di Harmony del secondo piano stava in sospensione sopra la mia testa. Mi chiedevo se fosse gradita la mia presenza. Forse non lo era affatto. Ero un ospite o un intruso? Non deve essere facile per queste premurose entità sprofondare all’inferno così, da un momento all’altro, mentre il corpo compagno viene nascosto sotto un lenzuolo bianco e portato al piano terra nella camera ardente. Queste riflessioni mi portarono ad ignorare l’ingresso della chiesa – invero non facilmente visibile – che da chissà quanto avevo di rimpetto. Sono entrato ed ho chiuso la porta, lasciando fuori pensieri e planimetrie troppo complicati per l’ora. Purtroppo dentro non c’era nessun organo.

La cappella era uno stanzone insonorizzato, con una doppia fila di panche che arrivava davanti ad un piccolo altare soprasseduto da un crocefisso di fattura industriale. Sulla destra il confessionale al buio. Tra l’altare e il confessionale qualche lumino ed una statuetta di San Pio con l’interruttore, come un abat-jour. Su di una panca c’era la “Spe Salvi”, l’ultima enciclica di Benedetto XVI ritratto in copertina con un cerone in mano e lo sguardo da brigista.
Mi sono fatto coraggio: ho attaccato la spina della prolunga, ho acceso l’interruttore, e l’organo ha cominciato dapprima a tremare, poi a vibrare, ed infine a respirare. Chi mai avrebbe potuto sentirmi? Prima ho toccato tutti i registri e i pedali, poi ho messo le mani sulla tastiera ed ho improvvisato qualcosa in stile, intorno al do minore. Che stranezza non averlo visto subito quest’organo, più grande di un pianoforte a muro, solo soletto alla destra dell’altare! Sulla cadenza sono approdato alla relativa maggiore proprio nel momento in cui un intenso odore di medicazione odontoiatrica iniziava a saturare l’ambiente. Bene, avevo suonato e mi ritenevo soddisfatto. Adesso sentivo che era il momento di togliere il disturbo. Così, dopo aver richiuso il soffietto sopra la vecchia madreperla dei tasti ed aver spento quel volgare interruttore di San Pio, mi sono diretto verso la porta. L’odore di disinfettante era sempre più penetrante e per un attimo ebbi il terrore che la porta non si riaprisse. Per fortuna questo pensiero puerile fu smentito alla prima spinta ed un fatto sorprendente mi congelò il sangue nelle vene: in terra, proprio davanti all’ingresso della cappellina, giacevano delle feci. Inizialmente ho pensato che si trattasse di feci di gatto o di cane, ma a guardarle bene era evidente che fossero d’uomo. Non riuscivo più a pensare. Avevo soltanto desiderio di raggiungere il reparto più vicino o ancor meglio di uscire da quell’ospedale.
Chi avrebbe potuto fare una cosa simile? Forse il suono dell’organo aveva svegliato nel mezzo della notte un paziente con disturbi psichiatrici? No, non era possibile, nessuno avrebbe potuto sentirlo.
Affrettavo la corsa provando a mantenere un passo leggero e mi sembrava di passare ciclicamente negli stessi luoghi. Stavo prendendo in considerazione l’ipotesi di iniziare a parlare a voce alta quando mi trovai davanti ad una porta d’uscita.

Forse ero dietro l’ospedale: mi trovavo in un quartiere che sembrava allo stesso tempo in costruzione e in disfacimento. Nel buio, in lontananza, mi veniva incontro qualcuno col cane al guinzaglio. Strano luogo per portare il cane a far due passi. Quando ci siamo incrociati ho riconosciuto un’anziana signora con una sciarpa di lana fin sopra la testa. Anche il cane era vecchio e pareva non vederci bene: aveva qualcosa di strano agli occhi, uno era chiaro e sembrava di pecora. Chiesi alla vecchia signora che ore fossero e lei mi rispose con molta serenità qualcosa a riguardo delle basse temperature dell’inverno in corso, andando fuori tema.
Arrivai a casa di corsa nonostante le sporadiche auto, il lampeggiare giallo dei semafori e il suono del treno dall’altro isolato mi avessero piuttosto tranquillizzato. Dentro l’ascensore mi parve di sentire un suono d’organo, gravissimo, che andava a morire, ma sapevo che si trattava di suggestione.
Casa dolce casa. L’orologio diceva 23 e 57. Prima di buttarmi sul letto a scrivere mi sono mangiato del radicchio rosso abbrustolito, avanzo della cena.
Capita che tutto inizi col fare due passi, due passi che conducono da una vita ad un’altra, presso casa.

Copytight Alessandro Fiori