La beatitudine
Parlo di un nano del quale non conosco il nome, ne quello vero, ne quello d’arte. Aveva vissuto quasi tutta la vita in ospedale, non sempre lo stesso. Aveva solo un ricordo, legato agli anni del circo: a un certo punto lei lo prendeva in collo con i fari addosso e tutto il pubblico a guardare. La prima volta si è vergognato, poi quel momento era diventata la beatitudine. Lei lo tirava su e lui per dieci secondi si lasciava andare come un gabbiano sopra un fiordo. Non si accorgeva nemmeno di ricevere il bacio sulla fronte o sulla guancia; era quel fatto di allontanamento dalla terra per mezzo di Terese che lo liberava.
Lei era altissima, bionda, di carnagione chiara, con delle grandi mani e gli occhi azzurri; aveva dei canini molto pronunciati, le labbra fini e le gambe forti. Ogni mattina il nano si svegliava pensando a quando avrebbe chiuso gli occhi salendo verso il cielo. Era come se diventasse sordo all’improvviso e socchiudendo gli occhi intravedeva le lunghe narici ed i canini che sembravano pronti a scappare ogni volta che Terese sorrideva. E in quel momento del numero Terese sorrideva sempre. Quando dal cielo tornava sulla pista il nano non aveva aria nei polmoni; allora faceva un bel respiro, rompeva l’incantesimo, e salutava il pubblico.
Terese non rimase nemmeno tre mesi. L’ultimo giorno lui le regalò degli orecchini di vetro di Murano e lei lo ringraziò senza accettare. Se ne andò a lavorare in una concessionaria di auto usate e stava dentro una vetrata ad aspettare clienti, ben vestita, troppo bella per quel posto. Il nano – chissà che nome avesse? – ogni tanto andava a comprarsi le sigarette in un bar nei pressi e ne approfittava per rivederla. L’ultima volta aveva un tailleur e i capelli più corti.
Anche lui aveva dovuto abbandonare il circo, per problemi di salute, e adesso viveva con la madre. Da quando Terese non lo prendeva più in braccio aveva ricominciato a vedere le gambe nere e a fare brutti pensieri. Gli era già capitato dopo la morte del padre: quando le gambe di chicchessia erano ignude lui le vedeva nere di calci e di legnate sferrate da sotto. Con Terese era passato tutto e lui sognava una morte così, dove lei lo prendeva per accompagnarlo sù. Ho voluto parlare di questo nano del quale non so niente più di quello che scrivo.
Adesso si è aggravato, parla sempre da solo con la saliva accumulata tutto intorno alle labbra. Parla con Donata che nessuno sa chi sia, e di loro figlio Alberto che è andato a scuola. Come se prima di morire avesse voluto farsi una famiglia. Non pensa più a Terese, non la ricorda. D’altronde lei rideva sempre, anche nel numero coi cavalli bianchi, anche quando assisteva il giocoliere con i piatti.
Copytight Alessandro Fiori
