L’ombra della gru
Inizialmente s’impressionava, tendenzialmente mancava.
Il tappeto era nero imbevuto di sangue vero, forse il suo.
Adesso se n’era fatto una ragione, non si può dire fosse sereno,
ma chi fosse entrato avrebbe visto un uomo riposare sul fianco
con la sigaretta spenta tra le dita e la televisione accesa.
Doveva andare a fare la spesa e non l’aveva fatto,
questo era il suo rimpianto.
Mettendosi della pomata aveva toccato lo zigomo con un dito
ed era uscito un baco, come una pulce può affiorare dal pelo di un cane.
Ma questo era successo molto tempo prima,
quando ancora non gli era del tutto chiara la situazione.
Poi attese un treno, una donna, un amico che gli doveva dei soldi.
Non poteva sapere quale fosse il canale perché uno spruzzo arterioso
aveva artefatto il logo in basso a destra.
Colava, si asciugava.
Non dipingeva da quasi quarant’anni.
Non ne aveva sentito più il bisogno.
Le immagini in movimento quelle si, lo rilassavano anche senza il volume.
Un fischio di treno, le ruspe in moto, la retromarcia dei camion
i cantieri stringevano i tempi.
Verso sera arrivava l’ombra della gru
che girava dalla vetrinetta al giradischi Garrard.
Era il momento più bello della giornata
intuiva il tramonto, si credeva in compagnia.
Quest’ombra era come una cara domestica ormai della famiglia.
La notte era meglio dormire perché l’odore si faceva penetrante
la televisione rimaneva accesa, la sigaretta rimaneva spenta.
Sognava spesso una coppia di giapponesi
che mangiavano bistecca alla fiorentina.
Il corpo aveva perso il corpo, adesso non implorava più il colpo di grazia
voleva godersi quest’ultimo tragitto per breve o lungo che fosse.
Eppure la puzza continuava a sentirla, la puzza acre del tappeto e della tuta,
di quel piccolo corpo stretto tra il divano e la sua schiena.
Fuori si tiravano le tracce, si erigeva e demoliva.
Ripensava a quando avevano fatto brillare lo stadio
tremò l’acquario e i pesci rimasero fermi.
Copytight Alessandro Fiori
